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Avatar

La premessa narrativa che sorregge il mondo di Avatar affonda in radici alquanto modeste. L’imbelle marine americano catapultato in una realtà selvaggia e naturalista, in un chiaro e lineare percorso di scoperta e redenzione. Messaggio ecologista di fratellanza, efficace quanto poco originale.

Ma se la sotria potrebbe essere facilmente (ed a ragione) catalogata come un semplice remake in chiave fantascientifica del pluripremiato Balla coi Lupi, è l’impianto tecnologico ad immortalare Avatar come precursore di una nuova frontiera dell’intrattenimento cinematografico per le masse. Il 3D si eleva da moda effimera a primo motore dell’intero progetto narrativo. Simbiosi perfetta tra contenuto e contenitore… raro esempio di tecnologia sottomessa al messaggio.

Non è una coincidenza che il protagonista sia costretto su una sedia a rotelle, proprio come noi spettatori durante la visione della pellicola siamo costretti in poltrona. Così come il protagonista sfrutta la tecnologia degli avatar per perdersi sulla superficie di Pandora, noi spettatori utilizziamo neonata tecnologia di occhiali stereoscopici per immergerci in un nuovo mondo di intrattenimento sensoriale. Un nuovo livello di identificazione non psicologica ma tattile, visiva e viscerale.

Forse si sarebbe potuto osare di più, proiettando un normale film bidimensionale nelle scene dedicate a personaggi umani, ed invece quando Jake Sully si trasferisce nel suo avatar obbligare gli spettatori ad indossare appositi occhiali e precipitarli nella nuova visione tridimensionale…ma obbiettivamente sarebbe risultato troppo interattivo per un pubblico ancora impreparato all’interattività, e comunque già ipnotizzato ad assimilare Neytiri come nuovo picco di perversione sessuale otaku zoomorfa .

Non si fraintenda, la storia rimane lineare ed i personaggi dimenticabili, ma il 3D con cui il mondo di Pandora viene iniettato direttamente nel nostro nervo ottico, nobilita i 13 anni occorsi a James Cameron per realizzare il suo progetto e consegna Avatar al giusto posto che merita nella storia del cinema.

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